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Breve analisi di contesto

Evitare lo spreco alimentare è possibile, Ferrara delinea un piano d’azione.

Nel 2015 l’Assemblea delle Nazioni Unite ha approvato una serie di obiettivi universali per lo sviluppo sostenibile, nel tentativo di porre fine alla povertà estrema, combattere le disuguaglianze e ridurre i cambiamenti climatici. Tra le principali priorità emerge la riduzione degli sprechi alimentari globali entro il 2030 in quanto un terzo del cibo edibile prodotto per il consumo umano, pari a 1,3 miliardi di tonnellate, viene distrutto o sprecato annualmente.
 

Per spreco alimentare si intende generalmente quella parte di cibo che viene acquistata ma non consumata e che, quindi, finisce nella spazzatura. Tuttavia non esiste una definizione univoca di spreco alimentare perché non si tratta solamente di rifiuti domestici ma di tutto ciò che viene sprecato durante l’intera catena agroalimentare, per altre motivazioni, dalla produzione al consumo.


Con una prospettiva ambientale lo spreco di cibo rappresenta un utilizzo inefficiente delle risorse naturali, ossia la parte della produzione che eccede i fabbisogni nutrizionali o le capacità ecologiche. Secondo uno studio della FAO gli sprechi alimentari generano grandi quantità di gas effetto serra, pari a 3,3 miliardi di anidride carbonica; se fossero una Nazione, le perdite alimentari mondiali sarebbero il terzo emittente del mondo dopo Cina e Stati Uniti.


A livello Europeo lo spreco si concentra in particolare a livello del consumatore, in quanto lo spreco domestico e della ristorazione costituiscono il 56% dello spreco totale, e della produzione. In base ai dati Eurostat, in Europa, le perdite alimentari nella fase di produzione ammontano a 35 milioni di tonnellate, ossia 70 kg pro capite all’anno, mentre lo spreco nel consumo domestico è di 38 milioni di tonnellate, vale a dire 76 kg pro capite. L’eccedenza alimentare in Italia ammonta a circa 6 milioni di tonnellate annue, pari a 146 kg pro-capite l’anno (dati CESVOT). Considerando l’impatto ambientale, un chilo di ciliegie dal Cile per giungere sulle tavole italiane deve percorrere quasi 12mila chilometri con un consumo di 6,9 chili di petrolio e l’emissione di 21,6 chili di anidride carbonica. Secondo la Coldiretti la totalità del cibo che finisce nei rifiuti degli italiani servirebbe a sfamare 44 milioni di persone (dati ARPAT).


Come anticipato nell’introduzione, le perdite e gli sprechi di cibo avvengono a diversi livelli della catena di approvvigionamento alimentare, in particolare gli sprechi maggiori si verificano in tre fasi di questa filiera: fase produttiva, distributiva e del consumo. Con “fase produttiva” ci si riferisce a quanto avviene a monte della filiera agroalimentare, ovvero durante la coltivazione o l’allevamento, la raccolta e il trattamento della materia prima. In questa fase il 40% dello spreco avviene in fase di raccolta quando la maggior parte dei prodotti resta a marcire nei campi, mentre del 60% dei prodotti raccolti, una parte viene persa durante l’immagazzinamento (il cibo
viene conservato in luoghi non adatti e viene attaccato da roditori o altri animali), un’altra parte viene sciupata durante il trasporto.
 



Nella fase di distribuzione gli sprechi più consistenti avvengono principalmente durante la trasformazione industriale dove, a causa di pratiche di marketing non appropriate vengono scartati i prodotti che esteticamente potrebbero non incontrare il gradimento del consumatore. In questa fase rientrano anche gli sprechi dovuti alla errata distribuzione o alle produzioni in eccedenza che determinano il cosiddetto “invenduto”. Nella fase del consumo sono inclusi il consumo domestico e la ristorazione, in cui avvengono gli sprechi più consistenti in particolare nei Paesi ricchi, dove il problema si concentra alla fine della catena.Tra le principali cause dello spreco troviamo le cattive abitudini di spesa di milioni di persone, l’inosservanza delle indicazioni poste in etichetta sulla corretta modalità di conservazione degli alimenti, le date di scadenza troppo rigide, la tendenza a servire porzioni di cibo troppo abbondanti e le promozioni che spingono i consumatori a comprare più cibo del necessario.


Nel mondo esistono numerose organizzazioni e iniziative di intervento mirate alla riduzione e/o al recupero dei prodotti alimentari non più vendibili ma ancora commestibili. Nei Paesi in via di sviluppo, le Organizzazioni non governative (ONG) e gli stessi Governi mirano ad intervenire nella fase produttiva, migliorando le tecniche di raccolta, fornendo una formazione adeguata ai contadini e promuovendo la costruzione di impianti in grado di garantire un’adeguata conservazione dei prodotti. Nei paesi industrializzati invece, soluzioni simili risulterebbero inefficaci senza una corretta educazione del consumatore volta a modificare i suoi comportamenti errati che costituiscono la causa principale dello spreco alimentare.


In Italia, secondo il progetto Reduce, coordinato da Luca Falasconi dell'Università di Bologna e promosso dal ministero dell’Ambiente, ogni giorno ognuno di noi getta nella spazzatura 100 grammi di cibo. A partire dalle realtà cittadine è quindi necessario l’avvio di un processo di ristrutturazione dei sistemi alimentari, riconoscendo agli alimenti un equo valore sociale, culturale ed economico, fondato su un’alimentazione sostenibile e sul diritto al cibo come bene collettivo. Diverse sono le campagne di recupero e riciclo del cibo da parte di ONG e di organizzazioni spontanee di cittadini ma, in questa realtà, combattere lo spreco alla radice è possibile solo restituendo valore al cibo e a chi lo produce. Appare dunque fondamentale che qualunque consumatore per perseguire un’alimentazione sostenibile debba essere consapevole di tutti i passaggi della filiera produttiva del cibo che acquista e consuma, evitando gli eccessi commerciali del cibo e la creazione dello spreco alimentare nelle sue varie forme. Nella nostra quotidianità, perciò, possiamo contribuire a ridurre gli sprechi compiendo piccole azioni come fare la lista della spesa, comprare solo quanto necessario, rifornirsi di prodotti di stagione e da produttori locali, imparare l’arte della cucina di recupero utilizzando avanzi e scarti.


Il Comune di Ferrara si sta già muovendo in questa direzione con la sua partecipazione al progetto ECOWASTE4FOOD. Il progetto, finanziato dal programma di cooperazione territoriale “Interreg Europe”, si pone l’obiettivo di ridurre lo spreco alimentare attraverso la promozione dell’eco-innovazione e dell’uso efficiente delle risorse. In particolare, per la Città di Ferrara, sono stati individuati tre ambiti in cui si svilupperà il piano di azione contro lo spreco alimentare 2019-2020. I dati evidenziano che la gran parte dello spreco proviene da scuole in cui il cibo non consumato dai bambini a volte supera il 70% e dalla grande distribuzione dove, a causa della  “standardizzazione dei prodotti” che devono avere sempre determinate caratteristiche estetiche imposte dal mercato, una grande quantità di alimenti viene scartata già in fase di produzione. In accordo, il piano d’azione delinea azioni educative e di sensibilizzazione all’interno delle scuole e punta a migliorare l’efficienza delle filiere di donazione e raccolta di alimenti a fini solidaristici, incentivando soluzioni di tipo organizzativo e logistico che coinvolgano gli esercenti locali e la GDO. Come dichiara Tiziana Dell’Orto, direttore generale di World food programme (Wfp), “Risparmiando sullo spreco possiamo anche pensare di donare qualcosa a coloro i quali non è garantito l’accesso al cibo”. Prevenzione ed educazione nella case e nelle scuole italiane, recupero e donazioni da parte delle aziende operanti nel settore risultano quindi azioni fondamentali. Con il terzo ambito di azione inoltre, il progetto punta a promuovere modelli di business e cucina circolari, nei quali è possibile “creare cibo dal cibo”, al fine di mantenere il valore dello stesso e delle risorse necessarie alla sua produzione.


È importante ricordare a questo proposito che il cibo sprecato non solo diventa inutile ma è anche dannoso per l’ambiente. Insieme al cibo vengono sprecati anche la terra, l’acqua e i fertilizzanti che sono stati necessari per produrlo.


Lo spreco alimentare è un lusso che non possiamo più permetterci, lo conferma il fatto che nel 2016 ha prodotto emissioni di gas serra per oltre il 7% di quelle globali, e la rispettiva riduzione deve diventare una priorità, anche attraverso un migliore bilanciamento tra produzione e domanda. Ridurre lo spreco significa anche contribuire a salvaguardare la nostra Terra.
Ultima modifica: 05-10-2018
REDAZIONE: CENTRO IDEA
EMAIL: idea@comune.fe.it