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Corpus Domini

Localizzazione

Via Pergolato 4
 

Cenni storici

(a cura di Francesco Scafuri)

Una premessa su Santa Caterina Vegri
Nel monastero del Corpus Domini, dove ancor oggi sono dodici le religiose che vivono la vita spirituale della clausura, Santa Caterina Vegri entrò nel 1426 all’età di tredici anni, vi fece la sua professione di fede nel 1432 e vi rimase insieme alle consorelle fino al 1456, quando si trasferì a Bologna per fondarvi un nuovo monastero dell’Ordine di San Francesco e Santa Chiara. Ammalatasi gravemente, si spense nel 1463 nella città felsinea, ma prima di morire volle suonare per l’ultima volta la sua viola; nemmeno in quel momento aveva perso quella particolare vivacità spirituale, che oltre alla musica le aveva fatto amare la poesia e le arti figurative, come la pittura e la miniatura, straordinari strumenti per raffigurare la Vergine e Gesù Bambino, le sue immagini preferite. Il corpo “incorrotto” della religiosa, protetto da un'urna di vetro, è conservato presso il museo annesso alla chiesa del Corpus Domini di Bologna; l’immagine che si presenta al visitatore è sicuramente di un certo effetto perché Caterina, vestita del saio francescano, siede su uno scanno di legno dorato.
Le clarisse, oltre a vivere la loro clausura osservando la Regola di Santa Chiara, seguono l’esempio e l’insegnamento di Santa Caterina de’Vigri (o Santa Caterina Vegri), che quindi fu una delle prime ospiti del monastero del Corpus Domini di Ferrara, come lei stessa ricordava in un suo famoso libretto. Nata a Bologna l’8 settembre 1413 da padre ferrarese, Caterina è stata sempre “contesa” dai devoti delle due città emiliane, che tuttora vedono in lei una singolare protagonista di esperienze mistiche e al tempo stesso una religiosa che ha dimostrato tanta gioia di vivere. Cresciuta ed educata alla corte estense insieme ad alcune nobili fanciulle ed al seguito della principessa Margherita (figlia del marchese Nicolò III d’Este), si sentì attratta ancora adolescente dalla vita religiosa.
Amata dalle consorelle, nell’ambito della comunità del convento di Ferrara la religiosa svolse ogni tipo di attività, anche la più umile, assistendo i poveri che bussavano al portone della clausura per chiedere qualcosa da mangiare e un po’ di conforto, mentre durante la notte di nascosto descriveva in versi e in prosa la sua straordinaria esperienza. Si racconta che nel fervore delle preghiere la santa annullasse se stessa, estraniandosi dal mondo e dimenticando ogni altra necessità. A tal proposito, tra gli episodi che ci sono stati tramandati, ricordiamo quello del “miracolo del pane”. Un giorno Caterina, ascoltando la predica di un padre francescano e rapita nel contempo dalla preghiera per ben cinque ore, dimenticò il pane nel forno all’interno del convento, ma quando la religiosa tornò in sé il pane era cotto al punto giusto ed emanava un profumo straordinario. Ancora oggi, una volta all’anno, le clarisse cuociono il pane, rinnovando la tradizione legata a quell’evento prodigioso.
Si diceva che la religiosa avesse apparizioni e rivelazioni, perciò la sua fama varcò i confini della città estense, anche perché la monaca era dotata di grande carisma, tanto che quando nel 1456 si trasferì a Bologna fu ricevuta da una folla numerosa e festante: agli occhi di ciascuno sembrava di vedere una santa in carne e ossa, dall’aspetto nobile e grazioso, dall’eloquio dolcissimo e spirituale: secondo la sua agiografa suor Illuminata Bembo, “non parea creatura umana, ma tutta angelica e celestiale”.
Oltre ai miracoli che avrebbe compiuto, il fatto che dopo la morte il suo corpo sia rimasto “incorrotto”, sia pure poi annerito dal tempo (o forse a causa dell’umidità del terreno dove in un primo momento era stato sepolto), senz’altro contribuì ad alimentare ulteriormente nel popolo fin dal principio la convinzione della santità di Caterina Vegri, tuttavia, la canonizzazione avvenne soltanto nel 1712 con Papa Clemente XI. 
La chiesa e il monastero del Corpus Domini
Innanzitutto si può dire che le fonti sono pressoché concordi nell’indicare il 1406 come l’anno della fondazione del monastero, grazie alla Bolla di Gregorio XII e al Beneplacito di Nicolò III d’Este, allora marchese di Ferrara. In effetti in quel tempo suor Bernardina Sedazzari acquistò un terreno (detto Praisolo) da Giacomo dalle Calze e fu autorizzata alla fondazione di un pio luogo per una comunità femminile, anche se secondo alcuni studiosi l’originaria ubicazione del complesso primitivo probabilmente non coincideva del tutto con l’edificio di culto e il convento attuali. Occorre puntalizzare, però, che i lavori di costruzione della chiesa del Corpus Domini iniziarono nel 1407 e nella prima fase terminarono attorno al 1419.
Il monastero nacque originariamente come congregazione di donne del medesimo ceto aristocratico, che si riunirono spontaneamente senza vincoli di clausura. Solo nel 1419 papa Martino V autorizzò la trasformazione della comunità della Sedazzari in regolare monastero agostiniano, ma per una serie di ragioni il cenobio negli anni successivi, quando sono documentate anche alcune diatribe interne al convento, mantenne lo stato laicale.
Tra il 1426 e il 1431 l’incertezza in cui versava il monastero del Corpus Domini cominciò a svanire, grazie alla nobile Verde Pio di Carpi, considerata la seconda fondatrice del convento, la quale prese a cuore le sorti della comunità religiosa; ella chiamò a Ferrara la sorella, cioè suor Taddea Pio, oltre alla nipote e ad altre giovani che si erano fatte clarisse nel monastero di Mantova. Questo fatto segnò la data di nascita delle clarisse del Corpus Domini (ovvero del Corpo di Cristo) che, sotto la guida di suor Taddea (eletta a carica di abbadessa), strutturarono il convento in modo diverso rispetto a prima e vollero istituirvi la clausura, sottoponendosi alla regola di Santa Chiara, iniziative approvate nel 1431 da papa Eugenio IV a seguito della supplica della signora Verde Pio.
Grazie al fervore e all’esempio di Santa Caterina Vegri, che come accennato era entrata nel monastero fin dal 1426 rimanedovi poi trent’anni, attorno al 1452 le clarisse del Corpus Domini raggiunsero il numero di 99, mentre nel 1476, quindi dopo la morte della Santa, salirono addirittura a 130.
Dopo i primi ampliamenti documentati nella prima metà del Quattrocento, nei decenni successivi chiesa e monastero furono di nuovo soggetti a rilevanti interventi, grazie a donativi e lasciti. Significativi in tal senso sono alcuni documenti pubblicati da Franceschini, dai quali si evince che i maestri muratori Giovanni e Pietro di Benvenuto dagli Ordini ricevettero tra il 1469 e il 1470 beni e cifre rilevanti per lavori edili eseguiti e per la costruzione di fabbricati all’interno del complesso del Corpus Domini. Esso venne ampliato ulteriormente a partire dal 1483, quando il banchiere Giovanni Romei lasciò alle monache la sua grande e bella abitazione (oggi nota come Casa Romei) ed altri beni, anche se la moglie Polissèna d’Este godette dell’uso dell’edificio vita natural durante. Oggi il monastero ha dimensioni ridotte rispetto al periodo di massimo fulgore, ma un tempo, con l’ottenimento di Casa Romei e l’acquisizione di altre proprietà adiacenti, si venne a costituire un grande complesso religioso che ancora nel XIX secolo occupava l’intero isolato, delimitato dalle vie Pergolato, Campofranco, Praisolo e Savonarola.
Il Corpus Domini godette della continua protezione degli Estensi sia prima che dopo la morte di Caterina; Ercole I d’Este con la moglie Eleonora d’Aragona si premurarono spesso negli anni ’80 e ’90 del del XV secolo di mettere a disposizione denari per l’acquisto di quadri ed altre opere d’arte da mettere a disposizione di chiesa e monastero, oppure manodopera per lavori di manutenzione all’interno del complesso, come nel caso in cui Eleonora d’Aragona inviò presso le monache un “finestraro” per fornire di telai e vetri le finestre che ne erano sprovviste.
Agli inizi del XVI secolo Lucrezia Borgia fu poi particolarmente attiva nel sostenere il convento. La stessa Lucrezia Borgia, convalescente per un parto prematuro a seguito del quale aveva perso una bambina, si allontanò dal Castello e si trattenne per alcuni giorni presso le suore del Corpus Domini con poche dame al seguito proprio per riposare e curarsi nel silenzio del monastero, un luogo quasi taumaturgico e particolarmente rilassante. Ironia della sorte, Lucrezia Borgia morirà proprio di parto (alla sua ottava gravidanza) il 24 giugno 1519 all’età di 39 anni  e verrà sepolta nel convento del Corpus Domini, così come il marito, Alfonso I d’Este, passato a miglior vita diversi anni dopo, nel 1534.
Il legame con gli Estensi si rafforzò ulteriormente visto che varie giovani di Casa d’Este, tra cui Eleonora (figlia di Alfonso I d’Este e della stessa Borgia), e Lucrezia (figlia di Ercole II d’Este) entrarono nelle quiete conventuale per essere educate o per prendervi i voti. Il monastero (con accesso da via Pergolato, 4) si lega perciò alle radici culturali della nostra città, basti pensare che nella chiesa interna riservata alla clausura (visitabile a richiesta) riposano le spoglie di alcuni tra i personaggi più importanti di Casa d’Este, molti dei quali incisero profondamente sulla storia, sull’arte e sullo sviluppo urbanistico di Ferrara.
Gli sviluppi successivi
Ma ritornando alla chiesa del Corpus Domini, occorre ricordare che nei secoli fu segnata da vicende piuttosto travagliate, tuttavia mantiene un fascino davvero speciale, anche per il contesto urbano in cui è inserita. Le prime vicissitudini cominciarono nel 1665, quando venne pressoché distrutta da un incendio fortuito. Secondo alcune testimonianze manoscritte riportate da padre Teodosio Lombardi, la notte di Natale di quell’anno il fuoco divampò in corrispondenza di un presepio allestito all’interno dell’edificio di culto. L’incendio, oltre a lesionare gravemente i muri maestri, distrusse gran parte delle pitture e rovinò i marmi delle tombe degli Estensi, in seguito ripristinati. Ma la chiesa fu subito restaurata e resa di nuovo officiabile nel 1667; un’altra importante ristrutturazione avvenne nel 1770, quando fu profondamente trasformata sia esternamente che internamente dall’architetto Antonio Foschini, il quale si occupò anche della risistemazione degli arredi. Egli, tra l’altro, modificò il semplice schema originario, costituito da un ambiente ad aula e tre altari, aggiungendo il presbiterio, utilizzando una parte del coro interno. L’interno del tempio, così come si presenta oggi, è quindi il risultato della ristrutturazione settecentesca. Inoltre, lo stesso Foschini trasferì definitivamente la facciata con il portale ed alcuni elementi in cotto quattrocenteschi sul fronte di via Campofranco, poichè anticamente il prospetto principale si trovava verso l’antico monastero, dove restano ancora le tracce di un antico frontone a cuspide, per cui l’attuale facciata della chiesa un tempo era in realtà la parte posteriore dell’edificio di culto.
La facciata in cotto su via Campofranco, caratterizzata tra l’altro da un portale con cuspide terminale su cui è collocato un rosone, risulta particolarmente interessante perché formata da diversi elementi del XV secolo. Tale aspetto, definito “goticheggiante”, si deve in gran parte al restauro realizzato nel 1909 dall’associazione culturale Ferrariae Decus, che volle rispettare, esaltandole, le linee architettoniche originarie. Altri restauri, sia nella chiesa che nel convento, furono effettuati successivamente, cioè dal 1931 al 1974 ed anche di recente. Dal 2008 al 2009, infatti, si sono eseguiti i restauri all’affresco del Ghedini con “La Gloria di Santa Caterina”, alle pareti decorate, agli altari e ad altre parti interne dell’edificio di culto.
Ma facciamo un passo indietro nel tempo, al 1798, quando con le soppressioni napoleoniche le monache furono costrette a ritirarsi nel monastero di via Mortara e solo nel 1800 poterono tornare nel loro convento. L’impegno delle religiose fu grande in quegli anni perché già nel 1811 e nel 1812 riuscirono a riacquistare parte degli arredi dispersi della chiesa e del monastero. Tutto il complesso divenne successivamente di proprietà del demanio nel 1867, poi passò al Comune di Ferrara nel 1908.
Nel Novecento Casa Romei venne destinata a museo statale, invece una parte consistente del convento, dopo essere stata demolita nel 1909, fu trasformata in scuole e abitazioni private.
Oggi la chiesa e il coro delle monache sono affidati al Fondo Edifici per il Culto, mentre la parte superstite del monastero rimane nel patrimonio comunale.
A riprova del legame profondo tra la città, i fedeli e Caterina Vegri, nel tempo furono costruite due chiese dedicate alla santa: una, purtroppo distrutta dai bombardamenti nel 1944, era stata aperta al culto nel 1858 in via Vegri (dove poi verrà realizzato il Mercato Coperto), l’altra, che si trova in via Pacinotti n. 54, fu costruita con linee moderne su progetto dell’ingegnere Gian Paolo Sarti nel 1982-83 ed è tuttora officiata.   

 
Ultima modifica: 23-12-2016
REDAZIONE: Beni Monumentali - Centro Storico
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